Che io sia in un periodo un po’ di transizione lo capirebbe anche un armadio a muro.
Che io sia un soggetto a tratti incline ai lamenti… anche.
Che io dica da anni (a me stessa e purtroppo anche agli altri) che il posto in cui vivo non mi piace, mi immalinconisce e riesce inspiegabilmente a svuotarmi di gran parte delle mie energie, che pure non sono poche… sta diventando una litania insopportabile.
Eppure, da tutto questo intrigo e in questo luogo tanto vituperato è nato qualcosa che mi fa ritenere di gran lunga meno gramo il luogo in questione.
Sono nate alcune storie di (stra)ordinaria amicizia, che devono il loro lato ordinario solo alla quotidianità in cui si dipanano; tutto il resto riguarda invece il lato “stra”.
Allora mi dico (senza dilungarmi sullo “stra”, perchè tanto le interessate sanno già tutto e per gli altri non basterebbe una vita di spiegazioni): forse è vero che “casa” sono persone e non luoghi.
Quando cammino per strade che ormai percorro da oltre dieci anni potrei essere ovunque, ma non mi sento a casa; quando bevo un caffè al mattino in un minuscolo ma irrinunciabile intervallo fra scuola e lavoro, penso che pochi altri momenti nella giornata abbiano lo stesso sapore di casa.
E non direi proprio che il merito sia del caffè…

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