Non voi.. non io.
Chi siamo, in generale.
E poi: chi siamo , non come ci vedono gli altri.
Non fatemi internare per favore…
Questo post è confuso e pure un po’ difficile da scrivere, almeno per me.
 Sto cercando di sbrogliare i fili di una (in realtà di più di una) conversazione avuta con una cara amica, in tempi recenti ma anche meno recenti.
Qualcuno direbbe: siamo ciò che mangiamo.
Lei dice (se non ho capito male, il che può benissimo essere): siamo ciò che facciamo e  siamo ciò che gli altri percepiscono, per come lo percepiscono.
Io dico: siamo ciò che siamo stati e che continuiamo ad essere ogni giorno.
Su questo proprio pare che non ci intendiamo.
Forse sono sottigliezze senza importanza, ma – a mio parere- ci dividono l’utilizzo di due verbi diversi (fare ed essere) e la messa a fuoco di noi stessi dall’esterno piuttosto che dall’interno.
A ben guardare, non sono proprio sottigliezze.
Perché dobbiamo lasciare che siano gli altri ad attribuirci un ruolo, una personalità, un posto nel mondo, ma – soprattutto – a decidere se siamo meritevoli di considerazione oppure no?
Perché dobbiamo sentirci costantemente soppesati, valutati, criticati in base a parametri e valori che nella maggior parte dei casi non ci appartengono?
Ho fatto un enorme lavoro su me stessa in quest’ultimo anno… faticoso, per certi versi anche piuttosto penoso. Ho avuto bisogno di aiuto in questo percorso, e non ne sono stata né felice né fiera,  ma credo che a qualcosa sia servito.
D’altra parte, nulla si ottiene senza fatica, nemmeno da noi stessi.
In ordine sparso, sono arrivata a convincermi che:
Io sono il prodotto dei miei 46 anni di vita, nel bene e nel male, in conseguenza di azioni e decisioni tanto giuste quanto sbagliate, o magari giuste in un quel momento ma rivelatesi  catastroficamente sbagliate nel prosieguo.
Io soltanto conosco, soppeso ed apprezzo il peso, la difficoltà, la bellezza o la gioia di quello che ho fatto. Se qualcosa non ho fatto, forse la semplice verità è che non ne sono stata capace, senza troppi giri e senza per forza invocare scherzi del destino o malvagità altrui.
Ma ciò non toglie che io sia ugualmente io, con tutti i miei difetti ed i miei pregi, e che né difetti né pregi avrebbero potuto essere più grandi o più piccoli per effetto di ciò che comunque non è stato.
Oltre a questo: è così necessario che la concezione di noi stessi dipenda da quella che di noi hanno gli altri? In base a cosa l’immagine che gli altri hanno di noi, in base ai loro criteri, deve essere per forza quella giusta?
Sottolineo con una certa forza l’uso della parola “immagine”, perché per tanti sembra essere ancora la cosa più importante.
Un po’ come un bel voto preso a scuola, senza tanto considerare quale e quanto lavoro ci sta dietro.. basta che il voto sia bello.
Invece forse no
Guardarsi dall’interno è molto più importante che guardarsi (o essere guardati) dall’esterno; io soltanto sono il mio giudice, a costo di apparire altezzosa o arrogante.
Se sono a posto con la mia coscienza e con i miei criteri di autovalutazione (che, peraltro, sono caratterizzati da una certa rigidità) allora non credo di dovermi preoccupare di ciò che gli altri possano pensare.
Spostare lo sguardo dagli altri a me stessa, da come posso essere percepita a come mi percepisco, mi ha enormemente aiutato.
Una frase, fra quelle che mi hanno aiutato in questi mesi, spero di riuscire a ricordare e conservare come un tesoro: ognuno di noi nasce e vive con una valigia di strumenti che lo accompagna lungo il cammino; il contenuto di questa valigia si affina col tempo e con l’esperienza, oltre che grazie alle nostre naturali doti o capacità. Sta a noi arrivare a capire quale strumento sia meglio utilizzare nei diversi momenti della nostra vita, cercando bene nella valigia e, possibilmente, scegliendo quello più adatto al caso.
E fregandocene tranquillamente del voto che ci danno gli altri senza neppure sapere quanto e come abbiamo studiato.
Finito… ora potete internarmi.
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