Portare le ragazze dal parrucchiere, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è uno sport per signorine.

Intanto, si parte con estenuanti trattative sulla frequenza dei tagli e – soprattutto – sui millimetri concessi al sacrificio. Poi, una volta raggiunto un compromesso onorevole per tutte, si parte alla volta del povero prescelto.

Ovviamente, due figlie e due tipi di capelli del tutto diversi: dritti e corposi Elisa, mossi e sottili Alice; di conseguenza, effetto Pocahontas per la prima ed effetto nuvola per la seconda. Inutile dire che nessuna delle proprietarie è contenta dei propri capelli, quindi la manfrina lungo la strada è: “beata te che li hai dritti e non si gonfiano come una criniera. ma cosa dici! beata te che li hai mossi e non devi lavarli ogni 5 minuti perché sono belli lo stesso” . Su una sola cosa siamo d’accordo: guai a chi taglia troppo.

Di solito chi ne esce comunque mediamente soddisfatta è Elisa, che ha in ogni caso una velocità di ricrescita spaventosa; l’altra si trova normalmente a mugugnare sul malefico effetto nuvola, difficile da evitare.

Stavolta, ahimè, è accaduto il contrario. L’astuto parrucchiere ha confuso Alice stirandole i capelli con la scusa di voler essere più preciso nel taglio: lei si è molto pavoneggiata di questa cosa, ed ha perso di vista le nuvole.

L’altra, che non perde di vista mai niente, si è incattivita quando ho fatto presente al parrucchiere che molto probabilmente non avrebbe più tagliato i capelli fino a settembre ed il poveretto ha osato prendersi un paio di centimetri in più di libertà.

 In tutto ‘sto trambusto, ho cercato di isolarmi come meglio ho potuto, nascondendomi dietro un giornale ed aspettando il passare della buriana. Fra le orrende riviste che abitano nei negozi di parrucchieri ne ho trovata una con un articolo sul “cohousing” in Danimarca. L’articolo era un fiorire di foto di biondi fanciulli sorridenti e giocosi, giardini ordinati e mamme rilassate che cucinavano tutte insieme in uno spazio comune.

Al che ho cominciato a riflettere sulla soluzione, presentata come paradisiaca e che, comunque, inizia ormai a diffondersi anche da noi. Di fatto, già un paio di maestre della scuola elementare delle ragazze lo praticano felicemente da qualche anno.

Mi piacerebbe? Mah.. Certo, le esperienze di condivisione possono avere molti lati positivi. Dalla riduzione delle spese, al mutuo soccorso nei momenti di bisogno, alla possibilità di avere spazi comuni belli e curati per tempo libero, sport e attività varie.

D’altro canto, per una persona come me che ha bisogno dei SUOI spazi e momenti, potrebbe alla lunga (ma neanche troppo lunga) diventare uno stile di vita un po’ claustrofobico.

 Voi cosa ne pensate?

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