Ho comprato un libro, d’istinto, appena l’ho visto su Amazon, senza troppo indagare di cosa si trattasse. Cosa che mi capita spesso di fare.

Ho sbagliato, mi sono detta non appena è arrivato… E ‘ un libro per bambini, pieno di disegni e pagine colorate. Pazienza.

Poi ho iniziato a sfogliarlo. Ed è stato lì che ho capito di essermi sbagliata: non quando l’ho comprato d’istinto, ma quando gli ho dato la prima superficiale occhiata.

Il libro è questo, ed è una delizia.

 

Mi sono persa, come da titolo.

E’ il libro delle parole intraducibili se non con un complesso giro di parole, incredibili summe di sensazioni e sentimenti, immagini e stati d’animo. Tanto che si sono resi necessari disegni per meglio spiegarne il significato. E non sempre, anzi quasi mai, si tratta di vocaboli presenti nelle lingue più comunemente parlate e conosciute.

In giapponese, il termine “boketto” indica il lasciar vagare lo sguardo in lontananza senza pensare a niente. 

In wagiman, dialetto australiano quasi estinto, la parola “murr-ma” descrive l’azione di cercare qualcosa nell’acqua usando solo i piedi. 

L’impronunciabile termine “mamihlapinatapai” della lingua Yaghan, nella Terra del Fuoco, esprime la tacita intesa fra due persone che pensano e desiderano la stessa cosa, ma nessuna delle due vuole fare il primo passo. 

 Mi sono persa. Prima o poi magari tornerò, ma non ho tanta voglia.

Sbagliarsi, forse, è la chiave.

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