Ce l’ho fatta. Con l’ignobile ricatto del rinnovo del certificato medico per lo sport (se vuoi continuare cavallo fai quello che dico io) ho trascinato Elisa dalla dottoressa.

Che vittoria sarà mai, direte voi? Enorme, rispondo io.

Perché la dottoressa in questione è la storica pediatra delle ragazze, dalla cui sfera di azione Eli si è ahimè allontanata al compimento del 14mo anno… per cadere nelle grinfie del mio medico di base: che è un’ottima persona, per carità. Ma come dire…  non proprio iperattivo: le sue visite hanno uno stile decisamente casual. Così casual che nemmeno pare che ti stia visitando.

Quindi, ieri siamo partite alla carica dalla dottoressa G., talmente incarnante il modello della pediatra ideale che Eli mi ha confessato non più di un anno fa di aver sempre pensato che G. fosse la professione e non il nome… non ho avuto il coraggio di commentare.

Come mi aspettavo, visita iper accurata (finalmente) con grande soddisfazione mia e un po’ di insofferenza della  quindicenne, che già si era sentita parecchio sminuita a stare in sala d’attesa con nanetti di pochi anni.

Ma quello che davvero mi ha fatto sbellicare è stata la faccia di mia figlia quando la prode G. l’ha salutata come una rediviva, prendendole il faccino fra le mani e stampandole due baciotti sulle guance come una zia che non vede la nipotina da tanto tempo. Mi sono immediatamente ricordata della prima volta che ho portato le bimbe da lei: mi aveva rapito (ovviamente come a tutte le altre mamme) le neonate dalle braccia e aveva iniziato a guardarle con estasi, mettendosi a parlare direttamente con loro intanto che le visitava, quasi dimenticandosi della mia presenza.

Forse, tutto sommato, aveva ragione Eli a ritenere che G. fosse la professione. Sto seriamente pensando di chiedere una visita di controllo anche per me.

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