“Il buon insegnamento è per un quarto preparazione e per tre quarti teatro”

Galileo Galilei

 

Mi ha colpito parecchio questo aforisma, che ho letto per la prima volta (mea culpa senza dubbio) in occasione di una visita al MUSE di Trento fatta recentemente con le ragazze.

Mi ha colpito prima di tutto per l’autore, che non facevo così fantasioso.
Mi ha colpita poi per l’enorme portata di quello che afferma.
Ciò che può mancare come preparazione può agevolmente  (anzi deve) essere colmato dalla capacità di catturare l’attenzione e – soprattutto- di suscitare  l’urgenza di continuare ad ascoltare e capire.
Che poi, alla fine, è lo stesso trucco a cui ricorrono gli studenti più svegli  che riescono ugualmente a cavarsela con onore in interrogazioni non proprio da Nobel quanto a contenuti, ma più che soddisfacenti quanto ad esposizione e risultato.
Che poi, a quanto pare, è quello che chiedono gli studenti italiani ai loro docenti di medie e superiori, stando ad un’indagine recentemente condotta da Skuola.net.
Mi viene solo un dubbio… perché sono appunto ragazzi svegli, o perché sono ancora più svegli e puntano a far diventare anche il “buon apprendimento” un quarto preparazione e  tre quarti teatro? mah.
Quello che so è che mi sento di dare ragione a Galileo, magari ritoccando un po’ le proporzioni, a favore – almeno-  di un 50 e 50.
Quello che so è anche che ieri ho rivisto dopo 30 anni una persona che non sa (o forse sì…) di aver pesantemente contribuito in soli due anni a farmi essere come sono; che ieri, per l’appunto, mi ha regalato un pomeriggio di preparazione-teatro-passione a cui non sarei -come non sono mai stata- in grado di attribuire le corrette  percentuali.

Quello che so è che, alla fine del pomeriggio, il risultato di tutto  è stata la stessa sensazione di “ne voglio ancora” che mi assaliva allora quando la lezione finiva.

Il teatro conta, altroché se conta.

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