Passato, presente. E futuro?

Sono amareggiata e triste, come molti.

Quindi, per sfogarmi, vi devo affliggere con la mia piccola, personalissima e riduttiva riflessione su Brexit, con la scontata premessa che non sono certo io ad avere la competenza per comprendere a fondo le ragioni e la portata di questa decisione.

Al di là della distribuzione geografica, quello che mi ha colpito è l’età di chi ha votato “leave”.

Gli over 65 hanno influito in modo determinante su quello che sarà il futuro dei nostri (ma, in verità, forse soprattutto dei loro) figli, ancora una volta senza lasciare loro la possibilità di provare a cambiare in meglio quello che in questa Europa indubbiamente non funziona.

Può essere?

Ripeto, è riduttivo; e rischia di essere considerato irrispettoso nei confronti di questa fascia di elettori che ha legittimamente espresso il proprio parere. Peccato che non saranno loro a doverne gestire le indubbie conseguenze.

La scuola è finita, andate in pace

immagine dal web

Sottotitolo: si fa per dire, che adesso inizia il bello.

Però, a pensarci bene:

  • da domani godrò legittimamente di una mezz’oretta di ritardo sveglia
  • nei weekend non dovremo più tener conto di verifiche/interrogazioni  programmate/a sorpresa, che poi alla fine non è mai una sorpresa
  • si potranno pensare uscite serali anche infrasettimanali senza rimorsi di coscienza che rovinano la serata
  • il rientro dall’ufficio sarà finalmente un meritato relax (più o meno) senza agguati di figlie dietro la porta che chiedono di essere interrogate nelle materie più varie

Sì, forse alla fine posso andare in pace pure io, che ne ho bisogno.

L’unico vero impegno sarà posizionare un lanciafiamme fuori dalla stanza di Alice, con periodica minaccia di utilizzo se la suddetta stanza non smetterà di somigliare ad una grotta di orsi entro un ragionevole tempo. Ma ce la faremo.

Sorelle


Non è molto quello che hanno in comune. A parte i genitori, intendo, e ultimamente lo stesso numero di scarpe… Il che consente vantaggiosi scambi di Converse al bisogno.

Ho già scritto fino alla nausea di quanto siano diverse. Per decenza forse non ho mai scritto di quanto ferocemente siano capaci di litigare per le cose più stupide, di quante piccole (ma anche grandi e malcelate) gelosie nutrano l’una per l’altra.

Però… Il vento del nord ogni tanto arriva, spazza le nubi e porta novità. Meglio non indagare quali siano le ragioni profonde, mi basta poter gioire dei piccoli cambiamenti.

Tipo un pomeriggio come oggi, in cui la primogenita di ritrova stranamente poco oberata di studio; invece di infilare la porta e uscire nel pomeriggio di sole, come sarebbe stato sacrosanto, si offre di interrogare la sorella in inglese e francese per le ultime verifiche di lunedì.

Sarà che mi ha vista prossima al collasso nervoso, sarà che aveva forse voglia di far valere la sua ovvia superiorità in materia, sarà che … non voglio neppure sapere il perché. È stata bravissima, inaspettatamente paziente, stimolante e  fantasiosa nel porre le domande (grazie prof. Frank, che l’hai tartassata per due anni, fornendole sadici spunti da rovesciare sulla sorella).

La vittima ha opposto scarsa resistenza e si è mostrata persino collaborativa, forse lusingata dal fatto che la perfida primogenita abbia trovato modo e voglia di dedicarle tempo… Anche se per interrogarla.

Il tronfio carnefice si è guadagnato, oltre alla mia eterna riconoscenza per la scampata nevrosi e il cambio armadi finalmente finito, un’uscita per apericena con le amiche.

Io a 15 anni ignoravo il senso della parola aperitivo, figuriamoci l’apericena. In verità ignoravo anche molte altre cose… va beh.

Fra poco lei e le amiche piomberanno qui, si prepareranno i soliti orridi popcorn home made e mi costringeranno a chiudermi in camera, per impadronirsi della Tv e singhiozzare in santa pace su qualche Dvd di concerti di loro Eroi.

Ma, davvero, non ho cuore di lamentarmi.

Pensavo

Pensavo che tutto sarebbe andato diversamente.

Se rifletto, non c’è una sola cosa nella mia vita che sia andata come avevo in mente. Non come mi auguravo, che lascia il tempo che trova: proprio come avevo in mente.

Da questo devo dedurre di avere la lungimiranza di un criceto.

Il tempo passa, lentamente eppure in un soffio. Nulla cambia, ma niente è o sarà mai come prima.

Che poi, questo prima…. quasi non riesco più a ricordarlo; forse esiste solo nella mia percezione.

Intanto, anche quest’anno, è tornato il tempo dei gelsomini.

 

Fra scuola e teatro

 “Il buon insegnamento è per un quarto preparazione e per tre quarti teatro”

Galileo Galilei

 

Mi ha colpito parecchio questo aforisma, che ho letto per la prima volta (mea culpa senza dubbio) in occasione di una visita al MUSE di Trento fatta recentemente con le ragazze.

Mi ha colpito prima di tutto per l’autore, che non facevo così fantasioso.
Mi ha colpita poi per l’enorme portata di quello che afferma.
Ciò che può mancare come preparazione può agevolmente  (anzi deve) essere colmato dalla capacità di catturare l’attenzione e – soprattutto- di suscitare  l’urgenza di continuare ad ascoltare e capire.
Che poi, alla fine, è lo stesso trucco a cui ricorrono gli studenti più svegli  che riescono ugualmente a cavarsela con onore in interrogazioni non proprio da Nobel quanto a contenuti, ma più che soddisfacenti quanto ad esposizione e risultato.
Che poi, a quanto pare, è quello che chiedono gli studenti italiani ai loro docenti di medie e superiori, stando ad un’indagine recentemente condotta da Skuola.net.
Mi viene solo un dubbio… perché sono appunto ragazzi svegli, o perché sono ancora più svegli e puntano a far diventare anche il “buon apprendimento” un quarto preparazione e  tre quarti teatro? mah.
Quello che so è che mi sento di dare ragione a Galileo, magari ritoccando un po’ le proporzioni, a favore – almeno-  di un 50 e 50.
Quello che so è anche che ieri ho rivisto dopo 30 anni una persona che non sa (o forse sì…) di aver pesantemente contribuito in soli due anni a farmi essere come sono; che ieri, per l’appunto, mi ha regalato un pomeriggio di preparazione-teatro-passione a cui non sarei -come non sono mai stata- in grado di attribuire le corrette  percentuali.

Quello che so è che, alla fine del pomeriggio, il risultato di tutto  è stata la stessa sensazione di “ne voglio ancora” che mi assaliva allora quando la lezione finiva.

Il teatro conta, altroché se conta.

Resistenza. La mia

Che non è La Resistenza ; quella già la celebrano, giustamente, in molti.

Io vivo la mia, quotidianamente, quindi un giorno vale l’altro per le celebrazioni.

 Cerco, fra l’altro, di resistere a mantenere vivo nelle mie figlie (ma alla fine pure in me stessa) un minimo senso di appartenenza ad un Paese che- per quanto indiscutibilmente bellissimo, elegante, prezioso e mille altre belle cose – lascia sempre di più addosso un senso di sfinimento ed impotenza.

Un Paese che si affida sempre di più all’estro, alle capacità e alle iniziative dei singoli piuttosto che ad una capacità collettiva ed istituzionale di dare motivazioni, incentivi e – perché no – supporto.

Un Paese che (in ordine sparso):

  • decide di investire risorse per aprire procedimenti disciplinari a carico di una PM che osa esprimere apprezzamenti (neppure troppo originali, e comunque a quanto pare in privato) su un attore belloccio: sarà magari poco etico.. ma possiamo occuparci di altre mancanze, per favore?
  • Si lascia mandare beatamente e pubblicamente al diavolo da una giornalista della TV egiziana incapace di rispettare un Regeni, perché tanto sai quanta gente scompare in Egitto quindi non rompete troppo se a voi ne facciamo sparire uno.
  • Si lascia raccontare dall’Unione Europea qualunque panzana passi loro per la mente, così intanto stiamo buoni per un po’.
  • Mantiene per anni immigrati nullafacenti che bivaccano nei centri di accoglienza con i tablet sottobraccio e hanno già imparato a tirare avanti e guadagnare tempo a botte di ricorsi e controricorsi, invece di seguire le pur blande indicazioni ministeriali che invitano a far svolgere loro piccoli lavori ed insegnare loro la lingua italiana: mi parrebbe il minimo sindacale,  come indice di rispetto tanto dell’essere umano quanto dello Stato….o sto sbagliando in qualcosa? (e non sono mie malignità gratuite, basta leggere qui ). Fra accoglienza e assistenzialismo la differenza è abissale… ma ovviamente cado nell’ovvio e nella retorica.

La mia resistenza quotidiana è insegnare alle mie ragazze a rispettare un Paese che non si rispetta e che non è rispettato, a continuare ad impegnarsi nonostante ormai vedano anche loro che chi non fa nulla spesso ottiene qualcosa e chi non rispetta le regole spesso ottiene ancora di più, a convincerle che la loro fatica quotidiana ha una ragione importante che è il loro futuro e, con un po’ di fortuna, anche quello del loro Paese. O magari di un altro Paese, visto che cominciano a dire che restare qui forse non è tanto una buona idea.

Se per chi ha fatto ben altre resistenze tutto ciò è  poco, chiedo umilmente scusa. Per me, in questo momento, è tanta roba. Così, per dirla come il PM.

Stasi

Non sto più scrivendo. Non solo. Non sto nemmeno più sbirciando allegramente i blog altrui, cosa che prima trovavo irrinunciabile.

Non so francamente perché, è come se mi fossi messa inconsciamente in pausa.

Sto cercando di capire i motivi, e non mi è semplice. Il blog è un momento di sfogo, di presa di coscienza, di libera espressione e ormai fa parte della mia vita.

Non posso  dire di essermi messa in pausa con i pensieri… magari! In realtà mi sto arrovellando come al solito su mille cose, mi rimetto in discussione ogni secondo. Un momento mi  pare di seguire una strada che abbia senso ed il momento dopo mi pare che il senso non ci sia… che la strada sia semplicemente quella su cui mi trovo, magari per caso, e che non posso far altro che proseguire.

Ed è come se in questo momento – un po’ lungo a dire il vero – non sentissi più di avere pensieri “degni di essere condivisi”, ammesso che prima lo fossero.

Spero che passi, perché sto vivendo questa situazione come una sorta di aridità personale che mi disturba parecchio. Ma per ora è così… è stasi.

Tenerezza

Ce l’ho fatta. Con l’ignobile ricatto del rinnovo del certificato medico per lo sport (se vuoi continuare cavallo fai quello che dico io) ho trascinato Elisa dalla dottoressa.

Che vittoria sarà mai, direte voi? Enorme, rispondo io.

Perché la dottoressa in questione è la storica pediatra delle ragazze, dalla cui sfera di azione Eli si è ahimè allontanata al compimento del 14mo anno… per cadere nelle grinfie del mio medico di base: che è un’ottima persona, per carità. Ma come dire…  non proprio iperattivo: le sue visite hanno uno stile decisamente casual. Così casual che nemmeno pare che ti stia visitando.

Quindi, ieri siamo partite alla carica dalla dottoressa G., talmente incarnante il modello della pediatra ideale che Eli mi ha confessato non più di un anno fa di aver sempre pensato che G. fosse la professione e non il nome… non ho avuto il coraggio di commentare.

Come mi aspettavo, visita iper accurata (finalmente) con grande soddisfazione mia e un po’ di insofferenza della  quindicenne, che già si era sentita parecchio sminuita a stare in sala d’attesa con nanetti di pochi anni.

Ma quello che davvero mi ha fatto sbellicare è stata la faccia di mia figlia quando la prode G. l’ha salutata come una rediviva, prendendole il faccino fra le mani e stampandole due baciotti sulle guance come una zia che non vede la nipotina da tanto tempo. Mi sono immediatamente ricordata della prima volta che ho portato le bimbe da lei: mi aveva rapito (ovviamente come a tutte le altre mamme) le neonate dalle braccia e aveva iniziato a guardarle con estasi, mettendosi a parlare direttamente con loro intanto che le visitava, quasi dimenticandosi della mia presenza.

Forse, tutto sommato, aveva ragione Eli a ritenere che G. fosse la professione. Sto seriamente pensando di chiedere una visita di controllo anche per me.

Di colloqui e confidenze

E ricominciamo con il girone dantesco dei colloqui a scuola. L’onore del primo appuntamento tocca all’insegnante di lettere di Alice, una piacevole signora umbra aperta e cordiale, dall’aria solo apparentemente  svagata.

Esauriti i convenevoli e le comunicazioni su mia figlia, non essendoci appuntamenti dopo di me ci siamo concesse il lusso di una chiacchierata informale.

Svolazzando qua e là, arriviamo a parlare della consapevolezza dei ragazzi sulle loro possibilità, nonché della loro indubbia capacità di avere un atteggiamento critico sulle prestazioni e sulla riuscita scolastica.

Che poi, mi dice lei, tutta questa mania dei ragazzi di guardarsi addosso deriva in realtà dell’assurda pretesa di tanti genitori di vedere elargiti 9 e 10 come se fossero confettini, quando invece dovrebbero essere valutazioni riservate a “occasioni speciali”.

Sa – mi confessa con aria leggermente stupita- nei giorni scorsi ero a casa di mia madre e mi sono capitate fra le mani le mie pagelle delle medie e del liceo. Beh, sorpresa… Non me lo ricordavo, ma non ero poi così brava, avevo voti per lo più medi. In alcune occasioni addirittura mediocri; eppure ero considerata una che a scuola andava piuttosto bene e non mi pare di essere poi un’insegnante mediocre.

No cara prof, stia tranquilla: non lo è affatto. Nè dal punto di vista didattico né da quello umano.

Le dirò di più: in tanti anni di frequentazioni di varie scuole (come allieva prima e come madre poi) non mi è mai capitato di imbattermi in tanta onestà intellettuale. Eppure, ripensando alle molte figure incontrate, sono certa che in parecchi avrebbero da confessare peccati molto meno veniali dei Suoi.